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Un sintomo per amico

Non più un nemico da combattere, un disturbatore da abbattere senza pietà e ad occhi chiusi! Al contrario un compagno, un nostro alleato: un amico che ci mette in guardia, che ci chiede di ascoltarlo. Magari di interpretare insieme al terapeuta le sue parole. E una volta che ci avrà detto le “sue ragioni” se ne andrà per la sua strada, salutandoci calorosamente.

Molto spesso si sente parlare di eliminazione drastica dei sintomi: chi ne soffre ricorre a psicofarmaci, chiede una terapia psicologica da combattimento, può affidarsi anche ad altri metodi, a volte “artigianali”, pur di liberarsene, sradicarli, farli sparire e non pensarci più. Non si può biasimare che agisce così: il sintomo va certamente fatto sparire ma non senza esserci fermati ad ascoltarlo per bene. Prima di eliminarlo è necessario mettersi all’ascolto di quello che ha da dirci. Magari con l’aiuto del terapeuta per interpretare il suo linguaggio. Perché il sintomo ha tante cose da raccontarci di noi.

Il sintomo è il prodotto di una situazione per noi dolorosa che non riusciamo ad elaborare in modo del tutto cosciente tramutandosi in disturbo “bizzarro” (disturbo d’ansia, depressivo, ossessivo compulsivo ecc).

E come un mito, un sogno, va interpretato e inserito nel contesto del paziente.

Il sintomo viene a dirci che qualcosa nella nostra vita non va. Ci invita a fermarci a riflettere, metterci in gioco. Una crisi di panico non è fine a se stessa. Dietro c’è una ragione e una storia, una struttura psichica, familiare, relazionale di un certo tipo che ad un certo punto per il paziente non è più funzionale.

Ma perché, ci si può chiedere, semplicemente non mi dico che ho un problema?

I sintomi hanno una funzione economica, in termini di economia psichica: in qualche modo cerco di non affrontare la situazione dolorosa che sta alla base, in parte rimuovendola o trovando altri sfoghi favorendo così la formazione del disturbo. Un disagio relazionale, amoroso o affettivo è spesso troppo intenso ed è difficile da sopportare. Allora lo accantono ma il problema resta e si tramuta in un sintomo strano, bizzarro ma che tuttavia si può comunque controllare (come la paura di andare in metro o in aereo ad esempio). Se il sintomo mi distrae dal mio reale problema e finché cerco di eliminarlo senza ascoltarlo, però, non evolvo né personalmente né all’interno di certe dinamiche relazionali o familiari invischiate.

Il nostro amico sintomo ci viene a far visita perché deve parlarci di cose molto importanti, vuole trasformarci e farci stare meglio. Chiede anche la presenza di un altro ospite che può capirlo meglio, il terapeuta. Approfittiamo di lui. Interpretiamo le sue parole, essendo sempre consapevoli che non ci sono risposte giuste ma vie più funzionali per il migliore sviluppo della persona.